
Molti, quando ricevono una diagnosi di leishmaniosi canina, partono immediatamente dalla terapia farmacologica.
Il cane ha un titolo positivo? La prima risposta che viene proposta è quasi sempre Glucantime o Miltefosina.
Si pensa subito a cosa fare per “bloccare” la malattia, ma non ci si chiede perché il cane si è ammalato, né quali siano le condizioni che hanno permesso al parassita di svilupparsi.
Buonasera a tutti, purtroppo qualche giorno fa ho avuto la notizia che il mio Oscar (volpino) di 6 anni è affetto da leishmania… Abbiamo fatto vari esami e il veterinario mi consiglia di fare le punture di Glucantime o Antimania.
La storia di Oscar è simile a quella di tanti altri cani.
Una diagnosi, un titolo positivo, la conferma della malattia, e la soluzione immediata: iniziare le iniezioni.
Ma siamo davvero sicuri che questo sia l’approccio corretto?
Se Oscar, durante il trattamento, venisse nuovamente punto da un flebotomo infetto, potrebbe mai guarire davvero?
Se la fonte dell’infezione resta attiva e continua, la terapia non fa altro che tamponare, senza mai risolvere.
In più, dobbiamo considerare un fatto poco noto: circa il 93% dei cani, pur esposti al parassita, non sviluppa la malattia almeno nel primo anno.
Allora perché Oscar sì? Cosa lo ha reso più vulnerabile rispetto ad altri cani nella stessa identica situazione?
La verità è che la terapia farmacologica non è il primo passo, ma l’ultimo di un percorso.
Prima bisogna affrontare altri aspetti cruciali, senza i quali nessuna cura sarà realmente efficace.
Ecco quindi i 5 pilastri per ribaltare la visione della leishmaniosi canina.
1. Capire dove è avvenuta l’infezione
Individuare l’origine è fondamentale per evitare la reinfezione e contenere i sintomi attuali.
Se un cane viene punto da flebotomi infetti durante la cura, la malattia peggiorerà e il parassita non potrà mai essere eliminato.
2. Avere la certezza della diagnosi
Il solo titolo anticorpale non basta a stabilire che i sintomi siano dovuti alla leishmaniosi.
Esistono altre infezioni che imitano perfettamente il quadro clinico, come bartonella, micoplasma, babesia e anaplasma.
In alcuni casi arrivano persino a riprodurre i segni dell’elettroforesi o le lesioni dermatologiche, rendendo l’interpretazione molto complessa.
3. Valutare la risposta immunitaria
La guarigione dipende in gran parte dal sistema immunitario.
Un cane con squilibri – come un eccesso di linfociti CD4 – rischia di non rispondere correttamente alla terapia.
Interpretare la risposta immunitaria è quindi essenziale per capire se il paziente può reagire bene o se ha bisogno di supporto specifico.
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4. Considerare i problemi sottostanti
Un cane non è solo un paziente “con la leishmaniosi”: può avere altre patologie che, se ignorate, compromettono la cura.
Un’insufficienza renale, una sofferenza epatica o pancreatica devono essere valutate e trattate prima di iniziare la terapia, altrimenti il rischio è quello di aggravare la situazione anziché migliorarla.
5. Impostare un piano terapeutico mirato
Solo dopo aver affrontato i punti precedenti si può parlare di terapia farmacologica.
Il farmaco non è l’inizio, ma la conclusione di un percorso.
E non tutti i pazienti hanno bisogno di Glucantime o Miltefosina: spesso è sufficiente intervenire sugli altri pilastri per permettere al cane di migliorare, ritrovare equilibrio e liberarsi dal parassita.
I nostri contatti
Dott. Gianluca Barbato
Medico Veterinario
Specializzato in Patologia e Clinica degli Animali d’Affezione
Consulente Scientifico per la Training Center LLC
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